Diventa dottore solo chi è paziente: lettera di chi finisce a chi inizia

Dicono che bastino 21 giorni.
21 giorni per cambiare un’abitudine.
Se 21 giorni fa mi svegliavo alle 9.20 e riuscivo ad andare a correre anche alle 21, adesso dovrei essere in grado di fare altro.
Poco importa che alle 9.20 sia già in studio e alle 21 stia (eventualmente) cenando da solo.

In 21 giorni ci si abitua.
Tendenzialmente.
Dicono.

E dire che ci avevo pensato anni fa: magari una sessione di Forum ogni giorno, lontano dai pasti, avrebbe potuto sortire lo stesso effetto di mesi e mesi di procedura civile. Tanto quel maledetto ti chiederà la riconvenzionale e ti manderà a casa col salto d’appello.

Son passati 21 giorni da quando mi sono laureato.

Con la corona, rigorosamente d’ulivo e non d’alloro: la corona dei combattenti, degli atleti, di chi lotta e conquista il traguardo, la vittoria, la fine, un passo alla volta, metro dopo metro, battaglia dopo battaglia.
Ho avuto il mio trionfo.

Nell’antica Roma, il trionfo per il condottiero valoroso era un rituale: serviva prima di tutto a dire che sei tornato a casa.
Serviva a dire che il peggio è passato e che ora torni alla tua vita civile, non sei più un militare.
Uno schiavo, ultimo tra gli uomini nella società, teneva alzata la corona sulla testa del vincitore e gli sussurrava:

«Ricordati che devi morire, ricordati che sei un uomo, guardati attorno. Ricordati che sei un uomo».

Non ti montare la testa.
In questo momento ti senti un dio, ma non lo sei.
Il domani è già lì che ti aspetta: nuove battaglie all’orizzonte.

Il lunedì dopo in studio ero finalmente! dottore, ma nulla era cambiato.
Solo un ingombro in più da sfoggiare coi sordi che giudicano i film dalle traduzioni italiane dei titoli in inglese.

Ci pensavo la mattina della mia discussione, in metro, mentre la mia testa si ostinava a non voler impostare un discorso di senso compiuto sull’argomento della mia tesi: 7 anni fa, cosa mi sarebbe piaciuto sentirmi dire dell’università? Cosa mi sarei detto il 1° giorno, in quell’aula tanto grande e con il cuore palpitante?

Sii un ladro.

Che forse nelle aule di diritto privato non suona proprio proprio bene. O forse sì, ma questa è un’altra storia.

Sii un ladro. Tra i più spietati.
Prendi tutto quello che c’è.
Prendi anche quello che sembra non ci sia.

Io li capisco anche i professori che ti dicono “se sai il libro hai il 18: per il resto devi comprendere l’approccio, farlo tuo“. Magari avrai la fortuna e l’onore di incrociare tra un esame e l’altro un professore che lo pensi per davvero e che non si nasconda dietro la sua ultima pubblicazione, chiedendoti articoli a memoria come si chiede la poesia a Natale al piccolo di casa… ma magari no.

Non credere che all’università imparerai per davvero ad essere un avvocato.
All’università imparerai ad essere un uomo.
Quando ti chiederanno ciò che non puoi o non sei tenuto a sapere, imparerai che nella vita non puoi mai essere davvero pronto abbastanza.
Quando ti chiederanno l’unica cosa che sai, imparerai che alle volte ci pensa qualcos’altro, ma che non basta così.
Quando ti tratteranno a pesci in faccia, imparerai che non ti meriti proprio nulla perché non c’è nulla da “meritarsi”, ma che siamo tutte persone, con fatiche, ansie, spigoli e in difficoltà a “portarla a casa” anche oggi.
Quando ti bocceranno anche se avrai studiato giorni e notti, imparerai quanto valga non arrendersi.
Quando ti diranno di tornare a verbalizzare ma non avrai preso abbastanza precauzioni, imparerai che è bene fidarsi, ma che la correttezza non è cosa di tutti.
Quando proveranno a mortificarti, imparerai che l’approvazione che conta più di ogni altra è quella che ti dai da solo.
Quando ti sbatteranno fuori dall’aula perché sei in ritardo, imparerai che c’è tempo per ogni cosa nella vita, ma che ogni cosa ha il suo tempo.
Quando non risponderanno alle tue richieste e alle tue e-mail, imparerai che non ti spiegano sempre tutto lungo il cammino.
Quando ad una settimana dalla consegna ti chiederanno di rifare tutto l’ultimo capitolo della tua tesi, imparerai che bisogna lottare anche e soprattutto quando vedi la linea in fondo al rettilineo.
Quando ti sentirai vuoto e non preparato la sera prima di una prova, imparerai quanto conta stringerti a chi ti vuole bene.
Quando subirai lo sfogo di chi non ce l’ha fatta prima di te e punta il dito altrove, imparerai che la rabbia e la delusione non pesano quanto il non averci provato per davvero.
Quando ti venderanno gli appunti, imparerai che anche la solidarietà ha un prezzo per alcuni.
Quando ti chiederanno sempre più soldi per la retta e non concederanno ritardi, imparerai che della buona volontà in tanti non se ne fanno molto.

Ma, ciononostante, andrai avanti.
E ce la farai.
Mica a laurearti: a diventare grande.

 

Dicono che contano i titoli, “studia che vai avanti“, ma poi gli uomini in giro si contano su una manciata di mani.
Dicono che per diventare grandi si debba andare al lavoro, ma dimenticano che per diventare grandi bisogna pensare in grande e al lavoro tanti pensano nel loro piccolo.

Non conta chi arriva in fondo, chi non ci arriva e persino chi non ci va. Non conta chi si laurea.
Conta chi ha abbastanza cuore da aversi abbastanza a cuore.
Conta chi lotta e non si arrende.
Conta chi ha un motivo per lottare e per tornare a casa deponendo le armi perché ha trionfato.

Conta chi conta, anche se non sa contare.
Ma su 110? Quanto fa?
Merita la mia lode.
1 e lode.

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