L’ultima volta che lo faccio (ovvero l’esame spiegato agli altri)

Come un mantra. Non esiste giurista che non abbia pronunciato questa frase dentro a quelle 4 mura.

Sì, ma è l’ultima volta che lo faccio.

Accompagnata da è la prima/seconda/terza/ennesima volta che lo tento.

Come quelle volte che in Metal Slug, nella sala giochi del parchetto vicino a scuola, non riuscivi a passare il livello e giù gettoni su gettoni. Solo che, una quindicina di anni dopo, tra una partita e l’altra, non hai più 10 secondi per ripartire: ci passa un anno.

È l’esame di stato, lo spauracchio per i migliaia di candidati che ogni anno, sotto Natale, partecipano ad un gioco a premi dove non si vincono gettoni d’oro, ma il fregio di indossare 3 letterine prima del nome. Il suo vero nome è “esame di abilitazione all’esercizio della professione forense” ma, come per le brutte malattie, meglio chiamarlo con il nome per cui è conosciuto, mica che ci si confonda: è “Lo Scritto” — delL’Orale vi parlerò a tempo debito, senza fretta.

Se sei arrivato a leggere fin qui per segnalarmi l’utilizzo improprio dell’avverbio ovvero, probabilmente hai già provato l’ebbrezza di questa esperienza di vita mistica; se invece sei solo mosso da “sana” curiosità, benvenuto al manicomio: quel che segue non ha nulla a che vedere con le leggi del buon senso e della ragionevolezza. Anzi, talvolta non ha proprio nulla a che vedere con le leggi.

«Che lavoro fai?»
«Lavoro in uno studio legale»
«Ah, fai l’avvocato!»
«Veramente sono praticante…»
«Ok, ma civile o penale? I penalisti prendono tanto, ma anche a seguire i divorzi…»
«Societario»
«…»
«Vabbè dai, tipo civile.»

L’esame di avvocato è una di quelle esperienze che rappresentano un punto fermo nella vita del giovane praticante, che già combatte giorno dopo giorno per spiegare al mondo che lavoro fa, confinato nel Limbo tra neo-laureati e neo-abilitati, e lo dipinge come un temibile girone dantesco.

Ma vi dirò la verità: non è assolutamente vero.
Se avete un amico giurista che millanta una delle prove più difficili cui si sia mai sottoposto, non credetegli.
Lo Scritto è una copertura. La verità è che ci teniamo a tenercelo tutto per noi.

Lo Scritto è un vero e proprio spaccato sociologico. Non di quelli che puoi ritrovare al McDonald’s dopo le 23, ma senza dubbio una panoramica estremamente interessante sulle personalità dell’animo umano. Da chiedersi come mai Alberto Angela non si sia ancora interessato alla tematica e non ne abbia fatto uno speciale. A dirla tutta, come mai nessuno si sia ancora interessato alla tematica: per quanto non riesca a capire in quale epoca storica potesse essere contemplato un esame del genere, mi riesce decisamente più facile comprendere che non possa appartenere al 2017.
La verità è che siamo dei privilegiati malinconici, cultori del vintage e delle atmosfere retrò. Siamo degli inguaribili nostalgici del tempo che fu.

Come funziona?

Lo Scritto è quell’esame che testa l’esperienza del giovane praticante maturata sul campo per (almeno) 18 mesi, sottoponendogli questioni diverse da quelle affrontate nella pratica (per modalità e tematica) per le quali egli si vede costretto a prepararsi frequentando una scuola eccessivamente onerosa (anche online per i più parsimoniosi), imparando solamente uno dei molteplici sedicenti “metodi efficaci” per superare indenne i 3 giorni.

3 giorni perché 3 sono le aree di competenza che il praticante deve dimostrare di saper padroneggiare, redigendo 3 elaborati: un parere in materia civile, un parere in materia penale e un atto su una materia a scelta (civile, penale, amministrativo).

«Aspetta, ma tu fai diritto societario.»
«Esatto.»
«Quindi fai una pratica da avvocato su fusioni e acquisizioni societarie, acquisisci una competenza specifica in un campo lavorativo particolarmente tecnico e sei costretto a sostenere un esame che certifichi la tua padronanza di materie che hai trattato solo in via teorica all’università e che dopo l’esame non ti serviranno più?»
«Esatto.»
«Ah.»
«…»
«Vabbè ma può sempre servire…»

Certo, come serve ad un neurologo saper consigliare una giusta protesi dentaria o a un magazziniere conoscere le tecniche di persuasione nelle vendite. In altre parole, cazzomene a me di quello stronzo di Sempronio che investe Tizio, lasciando Caietto senza un padre? E se Caietto non era ancora nato all’epoca degli eventi? E se Sempronio guidava scalzo, con una benda sull’occhio e un pappagallo sulla spalla? Il pappagallo avrà diritto al risarcimento per il danno esistenziale arrecatogli da Sempronio o sarà responsabile di concorso anomalo per non essersi opposto? E se ti dicessi che Sempronio se la faceva con Caia, moglie di Tizio, prima che Caietto venisse al mondo? Ma poi lo sappiamo benissimo che Caia vuole i soldi per sé, mica per Caietto.

Ma a me? «Può sempre servire…»

Alla fine serve a preparare il praticante alla vita, in cui, per il solo fatto di essersi laureato in giurisprudenza, dovrà essere in grado di fornire pareri legali (rigorosamente gratuiti) a parenti, affini e più-o-meno-vicini di casa sul diritto immobiliare, familiare, tributario, canonico, penale e della circolazione stradale. Tra gli altri.

Il ritrovo ognuno dei 3 giorni è alle 8.00, trattabili. L’ultimo giorno arrivi anche per le 9.30 e sei perfettamente in orario, perché capisci che prima delle 11 le tracce d’esame non vengono dettate. Da lì parte il conto alla rovescia: 7 ore per consegnare. Roba che non si è mai visto che un cliente ti affida un incarico e glielo consegni in giornata: che fatturi poi?! Ma un limite bisognava anche darselo.
Poco più di 3.000 i candidati.
Supporti multimediali? Un banchetto di legno e fogli protocollo, però ci sono anche i tecnici del Ministero dello Sviluppo Economico che disturbano le frequenze coi loro potenti mezzi. Tu li osservi e pensi che tanto sei un nostalgico e ancora giri con pizzini così minuscoli che a guardarli ti senti di dover pagare il ticket per la visita oftalmologica.
La location, tra le più accattivanti: un padiglione della fiera campionaria, dove si tiene il salone della pelliccia, degli abiti da sposa e dell’acquisto critico. Ovviamente non in contemporanea. Credo.
Tutto sotto il controllo della polizia penitenziaria, che meglio si addice al contesto, all’insegna della libertà e della nobiltà d’animo dei candidati.

In realtà i giorni sarebbero 4, perché il lunedì prima delle prove devi portare la valigia con i libri.
Certo, perché l’esame lo fai coi codici commentati.
Non penso di essere esagerato nel ritenere che la biblioteca di Alessandria d’Egitto sia stata incendiata da incauti praticanti che hanno passato Lo Scritto.
Solo a metterli in valigia ringrazi il cielo di non dover affrontare la scorbutica al desk di EasyJet che 90su100 ti chiede il supplemento per il peso eccessivo.
3 sono i motivi per cui ci devi andare:
1) i commissari devono controllare che non ci siano bigliettini e scritte sui libri;
2) facilita l’accesso del giorno dopo riducendo la coda;
3) hai già tutto quel che ti serve.
Ti dico solo che:
1) stiamo parlando di codici che hanno tipo 4.000 pagine e c’è chi ne porta 4. Di 3 diverse edizioni;
2) il giorno dopo son tutti con lo zaino e siamo daccapo;
3) il giorno dell’atto comunque ti riempi mutande e calzini di fogliettini.

Per la cronaca, inoltre, vige il mito che se non proteggi la tua valigia, ignoti figuri ti rubano i codici. Quindi tu leghi la valigia al banco mobile con la catena dello scooter e te ne vai come avessi appena investito in titoli di stato venezuelani. Non aggiungo altro, Vostro Onore.
La verità è che siamo dei fottuti geni del contrabbando e della sicurezza. Escobar e il Mossad ci fanno una pippa.

L’esame in sé è anche divertente.
È il luogo in cui, in pratica, in 3 giorni buona parte dei reati previsti dal codice penale vengono consumati: furto (di merendine, penne, codici, identità), omissione di soccorso, favoreggiamento, false dichiarazioni a pubblico ufficiale, concorso nei predetti reati, colposo o doloso, talvolta associazione per delinquere. Tutti in recidiva, ovviamente.
Tieni conto che ti ritrovi fianco a fianco con un perfetto sconosciuto che in quei 3 giorni è più affidabile della pasta al pomodoro di tua madre: gli daresti le chiavi di casa tua, riuscissi ad averne una con lo stipendio da praticante. Oppure trovi quello che non vuole ascoltarti coi suoi tappi alle orecchie, che tu lo sai che ti sente lo stesso ma fa finta di esser concentrato, finché non coglie una tua frase che può tornargli utile.
Ci sta tutto.

Quest’anno i commissari hanno annunciato all’altoparlante che si è perso un berretto simile a quello da Carabiniere. Di un candidato, non di una delle guardie… e tu pensi che il prossimo annuncio sarà sullo smarrimento del piccolo Mevio, che indossava un costumino azzurro presso il Bagno Sergio di Rivabella di Rimini e che chiunque lo avesse trovato sarebbe pregato di contattare la mamma Caia, augurandosi che non sia la stessa menefreghista del parere di penale del secondo giorno.

«Alla fine com’è andata?»

Bene, credo.
Cos’altro puoi dire?! I risultati sicuramente sono frutto di analisi condotte presso i Laboratoires Garnier in Francia, rivisti dal CERN di Ginevra, raccolti nei server di Palo Alto e protocollati in un’industria manifatturiera nella prefettura di Suzhou in Cina. O almeno, dev’esser così visto che vengono pubblicati dal Ministero a fine giugno/inizio luglio.

«Beh, puoi iniziare a prepararti prima: tanto se hai fatto tutto giusto..!»

Ma secondo te, l’Ordine degli Avvocati (che le parole ordine e avvocati nella stessa frase rischiano di suonare come un ossimoro ai più letterati) poteva non premiare i suoi nostalgici candidati dando allo Scritto quel senso di precarietà che accompagna la vita del giovane praticante dal giorno in cui inizia a scrivere la sua tesi di laurea? Bisogna esser ragionevoli: cosa ce ne facciamo di avvocati che fanno tutto giusto? Da quando guardiamo ai contenuti? Avete mai letto una sentenza di Cassazione, uno SPA o un verbale sull’approvazione del bilancio sociale? Hanno una cosa in comune: mentre li leggi speri ardentemente di dimenticarli nell’istante in cui non ti servono più. Giusto per liberare un po’ di Giga dal cervello.

Ci servono avvocati che scrivano chiaro come i bimbi in terza elementare (che la “b” con la gambetta a vassoio non ricordo di averla usata già in quinta e l'”h” — il nostalgico direbbe la mutina — in corsivo maiuscolo puoi anche esporla al MoMa di New York o alla Tate Modern a Londra tanto è incomprensibile e in disuso), che occupino tutte le linee del foglio protocollo (non manca un po’ di educazione civica nella condanna allo spreco della carta) e, soprattutto, che non usino segni di riconoscimento, uno dei fantasmi del candidato: il tuo elaborato dev’essere scritto con penna nera a sfera, non deve avere cancellature col bianchetto (qualcuno dice anche solo cancellature), note a piè di pagina o asterischi, pagine saltate, francesismi, inglesismi, -ismi, disegni e, ovviamente, nome e cognome del candidato. Rischi l’annullamento dell’elaborato. Anche se hai scritto un atto che Cicerone-levati-proprio. A Milano il commissario il primo giorno ha dettato un Caietto al posto di Caietta: non vi dico il panico dei colleghi.

«Sarà riconoscimento?»
«Basta mettersi d’accordo!»

Dilettanti. Al commissario, in realtà, fotte sega. Non lo correggerà lui il tuo compito. E sai perché? Perché il tuo compito scritto in una gelida mattinata del dicembre milanese, verrà “corretto” da un commissario a Napoli o a Roma. Le buste coi tuoi elaborati, sigillate dalla ceralacca del timbrino colorato della Corte d’Appello di appartenenza vengono maneggiate dal DHL di turno che già deve capire se deve passare o meno da Piacenza per i regali di Natale che Amazon deciderà di spedire e, se è di strada, consegna i compiti alla Corte d’Appello designata per la correzione.
Poi chiedetevi perché gli avvocati usano ancora il fax (il fax!) per le comunicazioni.

La verità è che Lo Scritto insegna tante cose: talmente tante che qualcuno di noi si vede costretto a ripetere l’esperienza per impararle tutte.
Ma non è nulla di terribile.
Al contrario, invidiateci voi che a 28 anni siete già manager nella vostra azienda e vi dilettate in inutili riunioni ogni 2 ore e mezza, aspettate la tredicesima e state a casa per le vacanze di Natale fino al 7 di gennaio. Noi qui riscriviamo le regole della solidarietà e dell’altruismo, condividendo la fatica, le capacità e i talenti come quando Michael Jackson e Lionel Richie hanno convocato i big della musica pop per cantare We are the World nel 1985. Solo che noi non siamo riusciti a registrarci col cellulare di quello dietro a me di qualche fila che è riuscito a nasconderlo alle guardie e che se n’è servito regolarmente, aggirando i potenti mezzi del MiSE. Sicuramente sarà stato un hacker dell’NSA, in prestito al nostro potentissimo servizio di intelligence italiana.

Insomma, se incontri un avvocato, la prima cosa da fare non è stringergli la mano, ma abbracciarlo forte e dirgli che là fuori il Paese gli sarà riconoscente per sempre per la sua lezione di umanità.
Anche se poi gli chiederà lo sconto sulla parcella.
E gli dirà che ruba i soldi.
E che per scrivere una letterina non ci vuole tanto.

Tranne se va in Spagna a fare l’esame.
A quello no, solo il carbone nei calzini, che nei miei ci sono ancora i pezzettini di foglietti che mia madre ha lavato in lavatrice senza accorgersene. Secondo me è colpa cosciente.

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2 pensieri su “L’ultima volta che lo faccio (ovvero l’esame spiegato agli altri)”

  1. Ricapitolando: hai fatto pratica per 18 mesi da solo in uno studio e poi finalmente hai fatto 3 giorni di scritto estremo non protetto con altri 3000 partecipanti per concepire l’orale che nascerà tra 9 mesi. Ma quindi adesso sei tornato a fare pratica da solo nello studio o sei a un livello successivo?

    1. Per forza di cose sono ad un livello successivo: si sa che affrontare l’orale alletta molto di più dello scritto, anche se estremo. Ha un valore molto più… emblematico!

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