Gli occhi si chiudono sempre quando devono

“Gli occhi fanno quel che possono, niente meno, niente più”

Mi piacerebbe potessi chiudere gli occhi, mentre ti sdrai sul letto, a sera, e mi piacerebbe potessi leggere queste parole nel buio delle tue palpebre, proiettate sul telo enorme su cui vanno in scena i tuoi sogni.  

 

Sapevo benissimo come utilizzare gli occhi a 7 anni.

Anche se nessuno me l’aveva mai spiegato, sapevo che, quando giocavo a nascondino, tutto ciò che i miei occhi potevano vedere poteva a sua volta vedere i miei occhi. Se io ti vedo anche tu puoi vedermi; potevo stendere il mio braccio e chiudere un occhio alla volta per muovere di qua e di là il mio pollice sollevato verso il cielo; potevo guardarmi il naso per raddoppiare il mondo davanti a me; potevo farlo tremare di paura, solo vibrando i miei occhi.

I miei occhi potevano farmi vedere il mondo che volevo.

E non avevano paura di niente, neanche del sole che incontra la luna e che se lo guardi ti fa male o del laser che se ti entra negli occhi non ci vedi più.

E sapevo che non mi avrebbero mai ingannato e che dovevo stare con gli occhi ben aperti per vedere la realtà.

 

Ma poi gli occhi hanno iniziato a prendersi gioco di me.

Ogni volta che provavo a vedere con attenzione, gli occhi s’incantavano nel vuoto e la mia testa viaggiava; quando guardavo la luce s’inventavano una palla colorata in mezzo alla scena, come se la luce fosse ancora lì davanti. Ma io sapevo che non c’era.

Gli occhi vedevano tutto, ma non notavano nulla.

Gli occhi si fissavano e speravano che lei si girasse per guardarmi, ma erano pronti a spostarsi per non essere scoperti.

 

Fu allora che gli occhi iniziarono a colorarsi di chiaro al sole, invidiosi della pelle che diventava più scura. Gli occhi cambiarono, diventarono appuntiti: si piegavano intorno agli spigoli delle ossa di chi incontravano. Scavavano via la pelle e cercavano di spingere sul corpo, come volessero lasciare un’impronta, come volessero rapire l’ombra. Gli occhi erano un sismografo, un encefalogramma, un sonar, un radar d’anime.

Guardavano troppo oltre la pelle.

Gli occhi erano fari e per questo si fulminarono. Bruciavano.

 

Quando ho deciso di puntare sulle candele per riabituarli alla luce, ho riconosciuto a fatica gli occhi. Gli occhi brillavano in maniera diversa, si consumavano. Non spingevano più, ma abbracciavano. Erano soffici come piumoni. Erano come la nebbia di gennaio. Ora avevano nuove regole, profumavano di vita, luccicavano. E luccicavo anche io.

Bruciavano stanchi a sera e in primavera gocciolavano cera incandescente d’allergia sul viso, ma continuavano ad abbracciare.

Giocavano a nascondino e non importava se si facevano beccare. Quando volevano vedere lontano si chiudevano un poco. Quando volevano vedere vicino si aprivano come lune piene. Gli occhi amavano farmi gli scherzi quando ero distratto, ma cercavano di illuminare gli angoli più bui quando volevo essere attento. Gli occhi sapevano parlare senza la bocca e sapevano ascoltare senza le orecchie.

 

Gli occhi sono più complicati ora; difficile che facciano tutto da soli. Gli occhi ora cascano sulle curve, quando una creatura magnifica gliele regala da lontano. A volte gli occhi masticano troppo forte. Un occhio decide di chiudersi per fare bella figura con quella che un tempo fissavano e viene fuori che gli occhi sono sfigati.

 

Ma gli occhi piangono anche.

Gli occhi piangono e ti dicono “fermati, non va così!“. E lo dicono sul serio. E ti fregano anche quando pensi di tenerli sott’occhio.

Fermati! quando non stai capendo che quello che hai davanti è un sole raggiante;
Fermati! quando il cuore gira forte;
Fermati! quando è ora di fare una pausa dal giorno;
Fermati! quando non li vuoi ascoltare;
Fermati! quando non ci vuoi credere;
Fermati! quando nessun altro te lo dirà;
Fermati! quando stai correndo troppo;
Fermati! quando le lacrime pesano troppo.

Gli occhi ti diranno di fermarti. E tu lo farai. Ma gli occhi non sono perfetti e alle volte si dimenticheranno di dirti di fermarti.

Gli occhi ti fregheranno o ti aiuteranno a vedere.

Con gli occhi andrai oltre o starai lì.

Magari gli occhi sono in viaggio, mentre tu sei ancora su quel letto.
Magari dormono mentre tu sei sveglio.
Magari gli occhi hanno un fuso diverso.
Magari non hai ancora capito come si usano gli occhi.
Magari gli occhi non ci saranno sempre per te.
Magari si faranno vivi solo alla fine, con una luce nuova.
Magari gli occhi son lì solo per i lampi, magari non riesci a tenerli aperti per i fuochi d’artificio.
Magari non possono o magari non vogliono.

Ma gli occhi si chiudono sempre quando devono.

E quando si chiudono non pensare che si stiano spegnendo: senti il loro calore. Vuol dire che si preparano a portarti in viaggio con loro, o vuol dire che stanno per lasciarti sfoggiare uno dei sorrisi più belli; vuol dire che sanno quando è il momento di creare lo sfondo nero per il tuo film preferito, sia un bacio, una canzone o un piatto: persino il gusto passa prima dagli occhi. Chiamala acquolina ma parte proprio da lì.

Gli occhi si chiudono per cristallizzare il Bello che stai vivendo, come una macchina fotografica.

Gli occhi non servono solo per vedere il mondo.

Gli occhi servono per abbracciare l’anima. Se vuoi vederle, le cose Belle passano prima da lì. L’essenziale é saper vedere quello che c’è. E non è invisibile agli occhi.

Gli occhi si chiudono sempre quando devono, anche se non provi ad aprirli mai. Alle volte solo quando non vedi il mondo a colori puoi capirlo.

 “Se tutti vivono nell’oscurità, chi ci vede sarà chiamato cieco.”

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